La borsa del fotografo in viaggio tende ad espandersi in proporzione all’ansia. Si parte con una body e due obiettivi, si finisce con tre corpi, cinque obiettivi, filtri, treppiede, drone, flash. L’attrezzatura cresce, il tempo da pensare diminuisce, le fotografie peggiorano. Non sempre — ma spesso.
L’esercizio è semplice: per un viaggio, si porta un solo obiettivo. Non il migliore che si ha — quello giusto per quel posto. E si lascia tutto il resto a casa.
Il primo effetto è psicologico. Sparisce la domanda «con quale obiettivo scatto?» — che consuma energia cognitiva in modo invisibile, ad ogni scena. Con un solo vetro in borsa, quella domanda non esiste. Si vede qualcosa di interessante, si alza la camera, si scatta. L’attrezzatura smette di essere una variabile.
Il secondo effetto è tecnico. Con un grandangolo fisso, tutto quello che non si vuole nell’inquadratura ci finisce lo stesso — a meno che non ci si sposti. Questo obbliga a muoversi fisicamente intorno alla scena: avvicinarsi, allontanarsi, cambiare angolo, cercare il primo piano. Con uno zoom si adatta la focale. Con il prime si adatta il corpo — e questo cambia la fotografia in modo sostanziale.
Il terzo effetto è quello che si nota solo alla fine del viaggio. Le fotografie hanno una coerenza visiva che normalmente non c’è. Non per filtri o post-produzione — per punto di vista. Stesso angolo di campo, stessa prospettiva, stesso modo di relazionarsi allo spazio. Un reportage fatto con un solo obiettivo si legge come un lavoro, non come una raccolta.
L’obiettivo da scegliere dipende dal contesto. Il 35mm (equivalente full frame) è il più versatile — abbastanza largo per includere l’ambiente, abbastanza lungo per escluderlo quando serve. Il 24mm costringe a essere più vicini alle cose, a trovare un primo piano che giustifichi la distorsione ai bordi. Il 50mm è il più neutro — riproduce l’angolo di campo vicino a quello dell’occhio umano, senza drammatizzare né comprimere. L’85mm obbliga a stare lontani, a semplificare la scena, a lavorare di più sulla luce e meno sulla composizione.
Il punto non è quale sia il migliore. Il punto è sceglierne uno, portarne uno solo, e lavorare con quello per tutta la durata del viaggio. Quello che si scopre, in genere, è che non mancava niente — che il limite era il punto di partenza, non il problema.