La prima cosa che si lascia a casa, dopo qualche viaggio, è la roba «per ogni evenienza». Il secondo paio di scarpe da ginnastica. Il libro in più. Il cavo che potrebbe servire. Quello che rimane — quello che davvero si usa — è sorprendentemente poco.

L’attrezzatura fotografica è la parte più delicata da bilanciare. Il corpo macchina è scontato. Gli obiettivi no — e la tentazione di portarne uno in più «per sicurezza» è sempre presente e quasi sempre sbagliata. Due obiettivi coprono il 95% delle situazioni: un grandangolo per i paesaggi e gli spazi, un medio tele per i dettagli e le persone. Il 24–70mm e il 70–200mm è la combinazione classica. Per chi lavora con prime: 24mm e 85mm. Per chi vuole davvero ridurre al minimo: un solo obiettivo.

Il treppiede è la prima cosa che si vuole lasciare a casa — pesa, ingombra, rallenta. È anche la prima cosa di cui ci si pente in assenza. Un carbonio leggero da meno di 1,5 kg è un compromesso accettabile. Sotto quel peso si entra nel territorio dei treppiedi instabili che fanno vibrare le foto con vento o su fondi soffici.

I filtri meritano spazio solo se si sa come usarli. Il polarizzatore è utile quasi sempre — riduce i riflessi sull’acqua, satura il cielo, taglia la foschia. Il filtro ND da 10 stop è specifico per le lunghe esposizioni con acqua o nuvole in movimento. Gli altri filtri si possono emulare in post-produzione. Non vale il peso.

L’abbigliamento in tre strati funziona per temperature che vanno da -10°C a +25°C. La base termica in lana merino asciuga velocemente e non trattiene gli odori — vale il costo più alto. Il piumino in piuma pesa poco e scalda molto. Il guscio impermeabile con cappuccio — non uno k-way estivo, uno vero con le cuciture nastrate.

Il principio generale è uno: ogni cosa nello zaino è una decisione consapevole. Se si porta qualcosa senza sapere esattamente in quale situazione la si userà, probabilmente non la si userà. Lasciare quella cosa a casa non è una rinuncia — è una scelta.