Le Svalbard sono un arcipelago artico a 78° nord — più vicine al Polo Nord che a Oslo. Per arrivarci si prende un volo di linea, si atterra su una pista che finisce in mare, si esce dall’aeroporto nel freddo e nel silenzio, e si capisce subito che questo è un posto con regole proprie.
Longyearbyen è la capitale — tremila abitanti, case colorate su palafitte (il permafrost non permette fondamenta tradizionali), un supermercato, due ristoranti, un museo. Non si può morire qui per legge: non c’è un cimitero, chi si ammala gravemente viene evacuato. Non si può essere seppelliti, non si può nascere. È una città che esiste solo per chi lavora — minatori un tempo, ricercatori e turisti oggi.
Fuori da Longyearbyen c’è l’arcipelago vero, e per raggiungerlo serve una guida armata. Non per burocrazia — per gli orsi polari. Ci sono più orsi polari che abitanti sull’isola. Si vedono entrare in città la notte, si vedono sulle rive dei fiordi, si vedono — raramente ma capita — in mezzo ai sentieri. La guida porta un fucile, sa leggere le tracce sulla neve, conosce i comportamenti dell’animale. È una presenza che cambia il modo in cui si cammina.
Il fiordo di Isfjorden in inverno è una superficie piatta di ghiaccio che riflette la luce blu dell’ora polare. In estate si aprono le acque e arrivano le navi da crociera — piccole, da trenta persone, non i colossi del Mediterraneo. Si può circumnavigare Spitsbergen, fermarsi ai ghiacciai che calano in mare, osservare le colonie di trichechi, trovare i resti delle stazioni di caccia alle balene del Seicento. Il tempo in mezzo al fiordo, con il silenzio e il ghiaccio, è difficile da descrivere senza scivolare nell’iperbole.
Febbraio è il mese che chi fotografa segna in rosso. Il sole è tornato dopo mesi di buio polare ma non sale ancora sopra le montagne — c’è solo questa luce laterale, blu e violacea, che dura per ore invece dei venti minuti dell’alba normale. Le volpi artiche sono ancora bianche, le renne si muovono lente nella neve, le motoslitte lasciano scie sui fjordene ghiacciati. È il tipo di luce che non si trova da nessun’altra parte, ad orari umani.
L’aurora boreale qui non è la rarità che si cerca disperatamente in Islanda. Da ottobre ad aprile, quando il cielo è sereno, è quasi garantita. Non perché le Svalbard siano magiche — perché sono abbastanza a nord da stare dentro la cintura aurorale quasi permanentemente. Si esce in motoslitta nel buio polare, ci si ferma in mezzo al niente, si aspetta. Non aspetta a lungo.
Le Svalbard insegnano qualcosa che è difficile da imparare altrove: il rapporto con il buio, con il freddo, con lo spazio vuoto. Non è disagio — è calibrazione. Tornarsi a casa con quel parametro azzerato cambia il modo in cui si guarda al resto.